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WESTERN STARS

Da lunedì 2 a mercoledì 4 dicembre 2019

In lingua inglese con sottotitoli in italiano
Ingresso a tariffa intera € 10,00

Per il nostro listino completo vedi qui
 


 

C’è un momento in Western Stars, concerto filmato dell’omonimo album, in cui Bruce Springsteen guarda direttamente in macchina interpretando “Drive Fast”. Un bagliore dentro un primissimo piano e il legame saldo tra Bruce e il suo pubblico è stabilito. Su uno schermo gigante o allo stadio a San Siro, quello sguardo afferra lo spettatore e lo fa scivolare nell’universo dell’artista. Songwriter di estrazione proletaria, animale da palcoscenico, rocker impegnato, icona della cultura popolare, quello che fa Bruce Springsteen è Bruce Springsteen. Poco importa la ragione per cui ci seduce, la sua formidabile energia, la sua coscienza sociale, la malinconia o il romanticismo delle sue ballate, tutti quelli toccati da Bruce condividono la stessa sensazione di appagamento, come se parlasse direttamente a ognuno di noi, facendoci dimenticare che siamo milioni. Non è necessario scoprire il suo segreto, come il sorriso della Gioconda, ci sono misteri che restano magnificamente irrisolti.

Dietro all’artista del New Jersey, che ha attraversato i decenni senza inciampare mai, c’è naturalmente il lavoro, tanto lavoro, ma c’è soprattutto il fattore X, quel dato sconosciuto che alcuni chiamano talento e altri più sensibilmente anima.

Bruce ha quella maniera particolare di nutrirsi di quello che lo circonda, di essere toccato e di toccare. Intorno a lui tutto si mescola, producendo una cultura ricca e in costante evoluzione. Tra tutte le influenze, ce n’è una, affatto scontata, che lo ha sempre accompagnato come la sua ombra: il cinema. Springsteen non ha mai recitato in un film, non ha mai realizzato un film (almeno fino ad oggi) ma ha fatto molto più di questo. “Born in the USA” e “Streets of Philadelphia” sono rivelatrici della presenza del cinema nell’opera dell’autore. Incise a dieci anni di distanza l’una dall’altra, la prima è tratta da una sceneggiatura di Paul Schrader, la seconda è stata composta per un film di Jonathan Demme. Le due canzoni costituiscono evidentemente l’albero che nasconde la foresta.

Tutta la bellezza del progetto Western Stars sta proprio nel ribadire Bruce Springsteen come pura creatura di cinema, seducente da ascoltare e da guardare. Springsteen si è spesso ispirato al cinema per scrivere le sue canzoni e le sue canzoni hanno sovente ispirato il cinema (Lupo solitario di Sean Penn o Thunder Road di Jim Cummings). Perché la sua musica genera naturalmente immagini mentali e i suoi versi evocano dei film. Perché la struttura delle sue canzoni, gli arrangiamenti, le variazioni di tessitura hanno accentuato l’aspetto filmico del suo rock. Perché è a Brian De Palma, a John Sayles o a Jonathan Demme che ha fatto appello per i suoi video. Perché i suoi testi, improntati a tutti i generi e a tutte le epoche, compongono insieme il grande romanzo americano. Dal road movie (“Born to Run”) al noir (“Nebraska”, “Thunder Road”), passando per i western (“Western Stars”), i b-movie (“Greeting from Asbury Park, N.J.”, “The Wild, The Innocent & The E Street Shuffle”) e i film sociali (“Darkness of the Edge of Town”, “The River”), Springsteen si rimette ai generi e fa il suo cinema (epico).

L’universo cinefilo dell’autore ha sempre conciliato grandi classici e serie B, film di ieri e film contemporanei. A legarli è il loro aspetto critico, la loro tensione tra sogno e realtà, la loro maniera di rimettere in discussione il grande racconto, idilliaco e illusorio, del Sogno americano (“Is a dream a lie if don’t come true. Or is it something worse”, canta in “The River”). Eppure come dimostra anche il documentario realizzato a quattro mani con Thom Zimny, autore (di alcuni) dei suoi video musicali e dello spettacolo autobiografico “Bruce Springsteen on Broadway”, Bruce crede in questo orizzonte utopico. Esita tra leggenda e realtà ma poi come John Ford è incline alla realtà.

Ultimo capitolo di una trilogia musicale e umana, composta da un libro (“Born to run”) e il ‘soggiorno di lungo periodo’ a Broadway (“Bruce Springsteen on Broadway”), Western Stars combina la parte narrativa del book con la prestazione intimista dello show. Western Stars è un film, un documentario, un concerto, una riflessione personale sulla vita, l’età, l’amore diviso in 13 canzoni, precedute da una breve introduzione che contestualizza, rivela intenzioni o offre semplicemente una tangente poetica.

Concepito come un regalo per i fan e un palliativo generoso per la mancata tournée, il documentario è una narrazione intima sui panorami superbi del West americano: grandi spazi, cavalli selvaggi, strade deserte, pianure infinite. Infilato il cappello da cowboy, Springsteen fa superbamente il suo lavoro registrando musica ed emozioni nel vecchio fienile del suo ranch in New Jersey.

Concepito seguendo l’ordine dell’album, il film canta 13 canzoni che flirtano col country pop californiano degli anni Settanta (Jimmy Webb, Glen Campbell), restituendogli il suo pieno potenziale. Il risultato è grandioso senza essere magniloquente, perfettamente contemporaneo e tuttavia eterno. Bruce Springsteen non è certamente un buon attore, figuriamoci un gran regista, ma la sua presenza è sufficiente a riempire lo schermo. Come spiegare altrimenti l’emozione che suscita l’immaginario kitsch da post cowboy messo in campo: il Boss immerso nel deserto di Joshua Tree, il Boss al volante di un vecchio pick-up, il Boss in posa in mezzo ai cavalli, il Boss ‘stagliato’ all’orizzonte con giacca di jeans e Santiag ai piedi. Bruce Springsteen incarna ancora oggi questa America (im)memorabile.

Bruce Springsteen è al di là del cliché. Vedere il film dà l’impressione di accedere direttamente al mito. I bei testi, cantati su immagini fabbricate per l’occasione e intercalate da home movies, disegnano il paradosso su cui riposano gli Stati Uniti, tra aspirazione all’individualismo e vocazione alla comunione, o più confidenzialmente tra “domande migliori” e pulsioni autodistruttici che rovinano quello che amiamo. I monologhi ritornano sull’invenzione dei personaggi che abitano la narrazione straordinariamente cinematografica dell’album: vecchi cowboy che hanno recitato a fianco di John Wayne o stuntman con le caviglie spezzate, fratelli stoici di Cliff Booth (C’era una volta… a Hollywood).

Fedele alla tradizione springsteeniana, tirare fuori dal cilindro una canzone inattesa, il concerto cinematografico chiude con la ‘ripresa’ superba di “Rhinestone Cowboy”, titolo country da leggenda, e la chitarra acustica puntata verso il cielo. È tutto lì, su uno schermo sovradimensionato, il ragazzo del New Jersey che amava andare al drive-in di Asbury Park, New Jersey.

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