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TOLKIEN

Giovedì 12 settembre, ore 21.00

Versione in lingua originale con sottotitoli in italiano
Ingresso a tariffa intera € 6,00

 


 

Orfano scampato alla Prima Guerra Mondiale, John Ronald Reuel Tolkien ripercorre in trincea la sua vita, ritorna sulla sua giovinezza, sugli anni degli studi, del primo amore e dei fedeli compagni di scuola. Risale il tempo fino alla stagione più bella, vissuta con immaginazione e interrotta bruscamente dalla guerra. La Grande Guerra che distruggerà la ‘comunità’ in cui si è forgiato come l’unico anello l’immaginario dei romanzi a venire. Professore a Oxford segnato dall’inferno della Somme nel 1916, J. R. R. Tolkien sposa Edith Bratt e la fascinazione per il folklore germanico (e scandinavo), scrivendo (tra gli altri) “Il Signore degli Anelli” e diventando lo scrittore più letto al mondo con 150 milioni di libri venduti.

Da dove nasce la passione di J.R.R. Tolkien per i miti nordici? E la sua idea per la Compagnia dell’Anello, quel gruppo di eroi impavidi partiti per distruggere il Male?

Il colpo di genio di questo (in)quieto biopic di maniera, consacrato agli anni della giovinezza dell’autore, consiste proprio nel mostrare, con l’aiuto di visioni soprannaturali, come gli avvenimenti della sua vita abbiano nutrito la sua opera. Impossibile rendere giustizia al ‘grande mago delle Terre di Mezzo’ in 112 minuti, con un budget modesto e un’ambizione per forza di cose ridotta. Il regista finlandese Dome Karukoski fa quello che può e ha almeno un merito: quello di lanciarsi con la passione incosciente di Merry e Pipino dentro un’impresa rischiosa. Il suo affetto sincero per l’opera di Tolkien evita al film di affondare offrendo qualche istante lirico che non avrebbe rinnegato nemmeno lo scrittore di “Lo Hobbit”.

Se le licenze artistiche sono tante (forse troppe) e forzano il rigore dei fatti, come la pazienza dei guardiani incorruttibili del tempio familiare, se le risorse di cui disponeva Karukoski non erano esattamente quelle a disposizione di Peter Jackson, che a suo modo aveva già superato la linea di confine, tuttavia il regista fa il suo lavoro e limita i danni affidando questo bizzarro oggetto cinematografico agli occhi blu di Nicholas Hoult (Skins, la serie britannica, A Single Man, X-Men – L’inizio, Mad Max: Fury Road). Sguardo turchese di una bellezza insondabile, l’attore se ne serve come di una maschera per tradire o celare la vera natura del personaggio che incarna.

Dovendo dare un volto al fondatore del fantasy moderno, padre di una mitologia prodigiosa concepita sulle poltrone di una tea-room di Oxford, lo spirito apparentemente mite di Hoult si è imposto. Sotto il tweed che lo avvolge e la compostezza richiesta dall’epoca si agita un mondo affollato di elfi e nani, di maghi e orchi.

Il film rintraccia di fatto la prima vita di J.J.R. Tolkien, la vita prima di “Lo Hobbit” e di “Il Signore degli Anelli”. Il suo candore, la sua intelligenza, il suo senso della lealtà, dell’amicizia, dell’amore, il suo terrore nelle trincee della Grande Guerra, tutto passa e tutto si racconta attraverso lo sguardo grave e instabile di Hoult. Un lago immobile squassato sotto la superficie da un mondo immaginario incommensurabile.

Tolkien invita lo spettatore a interpretare ogni avvenimento come una sorgente d’ispirazione per i romanzi in fieri. Sauron sorge allora dal fango delle trincee e Arwen dallo spirito luminoso e indomabile della donna amata. D’altra parte le invenzioni dei grandi artisti hanno sovente a che fare con uno o più traumi fondatori e i biopic ci affondano le mani per raggiungere i loro fini esplicativi.

Curiosamente in Tolkien i raccordi tra vita e opere dell’autore sono cortocircuitati da ricordi di cinema. È l’orrore della Prima Guerra Mondiale che esplode davanti agli occhi del giovane Tolkien ma è il fuoco rosso di Mordor che vediamo. Come se le immagini elaborate da Dome Karukoski evocassero allo spettatore quelle realizzate da Peter Jackson per i suoi celebri adattamenti (La Compagnia dell’Anello, Le due torri, Il ritorno del re).

Come se il regista neozelandese avesse imposto con la sua personalità un canone cinematografico per l’universo tolkieniano. La ricerca delle immagini dietro le immagini procura un piacere inaspettato e diventa il motivo conduttore di un ritratto accademico di buona volontà. Volontà che non illumina tuttavia sull’uomo e la sua opera, nata al fuoco di un camino. Perché come Bilbo Baggins, Tolkien amava il focolare domestico, la pipa e la tranquillità rurale di una terra che si crogiola (ancora) nel suo conforto insulare.

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