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ARRIVEDERCI PROFESSORE

Giovedì 20 giugno, ore 21.00

Versione in lingua originale con sottotitoli in italiano
Ingresso a tariffa intera € 6,00

 

 
Il cinquantenne Richard, professore di letteratura inglese in un college, scopre di avere un cancro ai polmoni in stato avanzato, con sei mesi o poco più ancora da vivere. Deciso a rifiutare le cure e a comunicare solo all’amico e collega Peter le sue condizioni, prima di morire Richard modifica drasticamente la sua vita: caccia dalle sue lezioni chiunque non sia interessato e spinge gli allievi rimasti a liberare la loro voce; scandalizza studenti e colleghi con atteggiamenti ribelli; beve fino a stordirsi; sperimenta nuove avventure sessuali; cerca di essere il più franco possibile con la moglie Veronica (che lo tradisce con il rettore del college) e di amare incondizionatamente la figlia Olivia. Per Richard sarà un lungo, liberatorio, terapeutico congedo dalla vita.

Una storia di malattia e di liberazione, con un maschio cinquantenne che sceglie di opporsi all’uniformità del pensiero e di vivere i suoi ultimi mesi fra la gioia infantile del politicamente scorretto e la dolcezza dei sentimenti ritrovati.

Più che a L’attimo fuggente, ancora oggi principale modello di ogni film che descriva l’istituzione scolastica come fucina di giovani da liberare dal giogo delle convenzioni, Arrivederci professore, pur nel suo elogio del pensiero non allineato, sembra guardare soprattutto ad American Beauty, alla crisi di mezza età di un uomo che toglie il velo della finzione dalla sua vita pubblica e privata.

Il Richard di Johnny Depp è più vicino al Lester Burnham di Kevin Spacey che non al professor Keating di Robin Williams; lo dimostrano anche le riprese delle cene nella casa agiata e borghese – con la famiglia seduta a tavola come su un palcoscenico – che rimandano a quelle analoghe del film di Sam Mendes: un mondo ordinato e asettico progressivamente scardinato da una ribellione salvifica e disperata.

Composto nell’aspetto e controllato nella recitazione, via via che il percorso di liberazione del suo personaggio prosegue, Depp veste i panni ormai soliti del freak stralunato e più ancora del dandy decadente e decaduto, in una stretta confluenza di esigenze drammatiche e riferimenti autobiografici.

Le sparate anti-femministe di Richard, le battute contro i futuri politici di domani, l’ironia verso il dolore dell’amico Peter (Danny Huston) o il rifiuto di ogni compromesso con il potere (rappresentato dal rettore interpretato da Ron Livingston) assumono perciò un tono di critica alla società ancora più forte perché espresso dalla voce di Depp, attore da tempo in cerca di riscatto e celebrità ormai ingabbiata nella doppia immagine dell’eroe maledetto e del maschio violento.

In realtà, il regista e sceneggiatore Wayne Roberts non ha il coraggio e la forza di portare fino in fondo il potenziale distruttivo del suo film e nella seconda parte immette la parabola del personaggio nei binari rassicuranti di una storia di perdono e accettazione, soprattutto verso la moglie tradita e traditrice e la figlia apertamente omosessuale.

La presunta assenza morale sfocia in una dolcezza malinconica che tutto abbraccia e tutto sopisce, compresa la rabbia grottesca di Johnny Depp e di quel suo iniziale «cazzo» ripetuto più e più volte, in sfregio alla malattia e alle ingiustizie del destino.

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