AMAZING GRACE

In sala solo il 14-15-16 GIUGNO 2021

Un documentario realizzato da Alan Elliott e tratto dai materiali girati durante il 1972 a Los Angeles. Al Box Office Usa Amazing Grace ha incassato 4,5 milioni di dollari.

Nel gennaio del 1972 Aretha Franklin e la sua band, insieme al Southern California Community Choir e al reverendo James Cleveland, sale sul pulpito della chiesa battista New Temple Missionary per tenere un concerto di due giorni, aperto al pubblico e filmato dal grande regista Sidney Pollack. Amazing Grace fu una delle sue più famose esibizioni e diventò il suo album più venduto: per arrivare al cinema, tuttavia, il film impiegò 47 anni.

Nessun effetto speciale, nessun dolly a volo d’angelo sul palco né carrelli a inseguire ego d’artista. Nessun 3D né illusioni pirotecniche a gonfiare l’esperienza, per far sentire lo spettatore dentro al concerto. Niente.

Solo una chiesa spoglia, sedie di legno da cinema di serie B, illuminazione scarsa, Gesù, la bandiera americana. E sul pulpito lei: Aretha Franklin, Amazing Grace, in tutta la sua maestosa presenza. Basta questo – provare per credere – a rendere virtuale uno spettacolo che più minimal non si potrebbe: basta la voce di Franklin, e la potenza della sua musica immortale, per farsi trasportare nel tempo (correva l’anno 1972) e nello spazio (la chiesa battista New Temple Missionary) sull’onda di un good mood contagioso e irresistibile.

All’epoca, quando cioè la Warner si decise a finanziare il progetto di un concerto filmato, l’idea era quella di farne un gran film commerciale, sulla scorta del successo di Woodstock (17 milioni di dollari al botteghino, 3 milioni di copie vendute del disco). E gli ingredienti, a dire il vero, c’erano tutti: la regina del soul che torna a cantare in chiesa, alla regia Sydney Pollack appena nominato agli Oscar, il gospel. Il film, però, non fu mai terminato a causa di un imperdonabile errore tecnico che non permise a Pollack di sincronizzare il suono. Incredibile ma vero: mancava il ciak sul set.

Quarantasette anni dopo, quando Alan Elliott ha ripreso in mano il progetto – a un anno dalla morte della cantante, a dieci da quella di Pollack, a una distanza siderale in termini di avanzamento della tecnologia – Amazing Grace è tornato alla luce rivelandosi come prezioso documento-monumento, in grado di restituire non solo la grandezza di un’artista, ma anche il senso della potenza aggregante di una musica – il gospel – che si fa comunità.

È una festa di suoni e di volti, di alleluja e di amen (indimenticabili quelli dispensati dal reverendo James Cleveland), di corpi che ballano (altrettanto indimenticabile Mick Jagger, “beccato” nel pubblico da Pollack), di mani al cielo, lacrime, glitter e sudore. Niente più di questo. Ma i 90 minuti volano, rinfrancano lo spirito e riconciliano con la grazia – se non di dio, almeno della musica.

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