Nel 1998 il giornalista di New York Lloyd Vogel, sposato e con un figlio neonato, viene incaricato dalla rivista Esquire di scrivere un articolo su Fred Rogers, pastore protestante e conduttore del famoso programma televisivo per bambini, Mister Rogers’ Neighborhood. Giornalista apprezzato ma adulto depresso e in conflitto con il padre che ha abbandonato lui e la sorella da piccoli, Lloyd trova in Rogers un interlocutore spiazzante e alla lunga un vero amico. Pacato e amorevole tanto coi bambini quanto con gli adulti, Rogers è in grado con la sua gentilezza di sanare le ferite di Lloyd e di spingerlo a migliorare il rapporto con gli altri. Lloyd si riavvicina così alla moglie, comincia a occuparsi del suo bambino e trova il tempo di riconciliarsi con il padre, ormai anziano e sul punto di morire.

Un amico straordinario è il racconto di un incontro: un romanzo di formazione che arriva quando ancora non è troppo tardi, in tempo per ricordare a un uomo disilluso di essere stato anche lui un bambino.

Tratto dall’articolo «Can You Say … Hero?» di Tom Junod, pubblicato su Esquire nel 1998, Un amico straordinario è un film spiazzante. Come il protagonista Fred Rogers, sotto la sua normalità e la sua dolcezza sembra nascondere un’anima cupa, quasi morbosa, eppure si rivela in realtà per quello che semplicemente è: un dramma sentimentale, un racconto di formazione, la storia di un’amicizia.

La forza dirompente di Mister Rogers, da cui il film di Marielle Heller (Copia originale, Diario di una teenager) trae il suo fascino inatteso, sta nella sua disarmante semplicità: non è un eroe, come si domandava lo stesso articolo di Junod, e nemmeno un santo (come viene ironicamente chiamato dalla moglie), ma un uomo e un peccatore come tutti. Soprattutto, è un comunicatore che prende alla lettera i termini di un rapporto interpersonale, risultando per questo imprevedibile: dal set televisivo in cui mette in scena i suoi spettacolini non si abbassa mai al livello dei piccoli ascoltatori, parla con tono piano e parole semplici, indossa cardigan e cravatta per rendere evidente la distanza di età e di esperienze. Con gli adulti Rogers si comporta alla stessa maniera: accetta l’idea dello scambio e coglie in un’intervista l’occasione per costruire una nuova amicizia, nonostante la persona che ha di fronte sia all’opposto per formazione, convinzioni e carattere.

Rogers aveva 70 anni quando uscì l’articolo di Esquire, la sua trasmissione andava in onda dal 1968 e poco tempo dopo, nel 2003, sarebbe morto: era insomma un uomo d’altri tempi, quasi un alieno, e il film lo mostra in questa dimensione “altra”, trasportando il coprotagonista Lloyd (interpretato da Matthew Rhys) e lo stesso spettatore nel suo “Mister Rogers’ Neighborhood”, nei plastici della trasmissione che ricostruivano il “quartiere” ideale e in miniatura di cui Rogers era abitante e burattinaio.

Confondendo i piani della percezione tra il set, la vita di Lloyd e una dimensione sospesa tra reale e onirico, Marielle Heller e i suoi collaboratori (Noah Harpster e Micah Fitzerman-Blue alla sceneggiatura, Jade Healy alle scenografie) costruiscono un universo fantastico e artigianale simile a quelli di Gondry o Kaufman, un palcoscenico ideale in cui le certezze della vita adulta si sgretolano di fronte alla naturalezza di un mondo infantile fatto della stessa arte di Rogers, di pupazzi, marionette, canzoncine e discorsi semplici.

Nella voluta incertezza della rappresentazione sta perciò il senso intimo di Un amico straordinario, l’inevitabile contrasto, cioè, tra la complessità della vita e l’essenzialità di un linguaggio ricondotto alle sue formule di base e utile tanto per l’infanzia quanto per l’età adulta. Rogers invita a tornare bambini per riscoprire la naturalezza di un saluto, di una domanda, di una richiesta di aiuto o di perdono.

La presenza destabilizzante di questa figura a metà tra l’educatore e l’invasato – anche grazie a un’interpretazione sensazionale di Tom Hanks, in bilico fra dolcezza e spavento – non sta dunque nella sua bontà, nella sua fede o nella sinistra pervasività con cui entra nelle vite degli altri, ma nella capacità scioccante di parlare una lingua depurata e universale, scevra da costruzioni di carattere religioso o educativo.

A fine millennio, agli albori della rivoluzione digitale e nell’epoca del “realismo isterico” è possibile che il discorso, l’arte e la figura di Rogers fossero stati superati dal tempo e dalle mode; oggi, però, al di là del personaggio e delle sue convinzioni, suonano come un’àncora di salvezza, un modo di guardare alla vita e al sogno che recupera senza secondi fini l’onestà dei bambini.

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  • 20.20